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ANGIUS: NEL PDL SI VUOLE PENSIERO UNICO PDF Stampa E-mail

Intervista del 27 novembre pubblicata su "il Secolo d'Italia"

di Annalisa Terranova

Pdl partito caserma? No, ma per non vivacizzare troppo il dibattito e soprattutto per evitare opinioni eterodosse il Pdl, secondo quanto riportava ieri Il Foglio, è pronto a riesumare il metodo del centralismo democratico. Che, tradotto in pratica, significa che la "linea" si decide a maggioranza e la minoranza si deve adeguare. Su riforme, immigrazione e giustizia chi non si adegua - ha affermato ieri Berlusconi - è fuori dal partito. Eppure, l'evocazione del centralismo democratico arriva da un leader politico che ha fatto del puro anticomunismo una bandiera che si vorrebbe ancora attuale. Una bizzarria dei tempi? Secondo Gavino Angius, che del vecchio Pci ha una qualche esperienza, si tratta di un segnale di crisi. E aggiunge: «Nel Pci nel quale io ho vissuto c'era libertà di opinione e anche di dissenso».

Lei ripudia dunque il centralismo democratico?

Bisogna intendersi. Il vecchio centralismo democratico, quello del Pci anni Cinquanta, funzionava così: si faceva la discussione politica su un ordine del giorno e il voto, espresso a maggioranza, era vincolante per tutti, con un'aggiunta fondamentale: c'era il vincolo di segretezza. Non si poteva dire come si era svolto il dibattito. Poi questa prassi si è evoluta, nel Pci di cui sono stato dirigente era garantita la trasparenza del dibattito. Gli interventi in dissenso, al comitato centrale, comparivano sull'Unità con una breve sintesi. In pratica il centralismo democratico dal 1975 in poi già non esisteva più.

Ricorda casi in cui il dissenso venne tollerato?

Anche nel vecchio Statuto del Pci era previsto il voto difforme per libertà di coscienza. E voti difformi ci furono pure nel gruppo del Pds in occasione della prima guerra all'Iraq.

Sul tema dell'immigrazione, secondo lei, è possibile invocare la libertà di coscienza?

No, questo non c'entra nulla. In questo caso si esprime un dissenso politico ed è giusto in questo caso seguire la Costituzione. Non si può chiedere a un parlamentare di violare la Costituzione per seguire teorie che sono fuori dall'alveo democratico. La questione di coscienza si pone sui temi della bioetica o, per fare il caso odierno, sulla Ru486.

Il tema del dissenso interno e della sua gestione è cruciale nella vita di un partito, soprattutto in quelli di recente formazione, come il Pd o il Pdl, che inglobano diverse tradizioni politiche e che non sono paragonabili all'antico Pci...

La gestione di un partito contenitore è molto più complessa e anche affascinante. Non vedo altro modo di gestione che non sia affidato al più esteso confronto democratico. È l'unico modo per contrastare chiusure o scissioni o per contrastare decisioni oligarchiche di pochi o addirittura di uno solo.

Nel Pdl c'è chi pensa di tornare al centralismo democratico...

Temo che abbiano in mente la prima versione del metodo, oggi non funzionale. Il che equivale a evocare il pensiero unico. Nel Pci io ho avuto reponsabilità importanti, e non c'è stata mai una sola volta in cui mi è stato imposto di intervenire in un certo modo o di votare in un certo modo. Tutto quello che ho fatto l'ho fatto di testa mia, poi è logico che le decisioni si prendono a maggioranza. Se si toglie questo metodo, la linea la decide uno solo.

Dunque nella vita dei partiti la differenza di posizioni non va drammatizzata, non era drammatizzata anche nel vecchio Pci?

Guardi, noi viviamo una deriva dei partiti politici, una deriva oligarchica. Non c'è una vera partecipazione alla vita democratica di questo Paese. Le stesse primarie una tantum sono una finzione, anche se hanno un loro fascino. La democrazia è partecipazione, è confronto, è ascolto, è pronunciamento. In questo richiamo all'ordine fatto evocando addirittura il centralismo democratico vedo il segno di una crisi, e anche di un'impotenza della politica.

Secondo lei, che ha una certa pratica di queste cose essendo stato dirigente di un partito fortemente identitario e che richiedeva mobilitazioni compatte quando il vertice stabiliva la linea, quando si può arrivare a dichiarare che un esponente è fuori dal partito?

Bè, deve avere fatto cose inenarrabili. Non esiste l'espulsione per motivi politici, non esiste il tradimento, perché per aderire a un partito non si fa un giuramento. Certo se uno fa la campagna elettorale per l'avversario, allora è un'altra cosa ma non può esistere l'espulsione di un militante o di un dirigente solo perché ha espresso un dissenso politico e lo ha reso pubblico, questa è una cosa che è fuori dalla tradizione dei partiti politici italiani. Per aderire a un partito bisogna condividerne i pensieri fondativi, la cultura politcia fondante, ma uno mica è obbligato a condividere tutto. Si sta dentro un partito perché si aderisce alla sua ragion d'essere di fondo, dopo di che rispetto alle politiche che quel partito fa si può esprimere riserva o dissenso, questo fa parte della dialettica politica, se no i partiti sarebbero veramente delle caserme.

 
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